Mancata taratura annuale? La multa è nulla.

Probabilmente ognuno di noi è incappato, almeno una volta, nei famigerati autovelox installati su strade spesso improbabili, ben nascosti e, quindi, poco visibili. Di conseguenza, al malcapitato viene recapitato un verbale di accertamento per violazione del Codice della Strada che, non di rado, viene pagato per evitare Ricorsi al Prefetto o al Giudice di Pace e, dunque, per evitare l’alea del procedimento.

Tuttavia, in soccorso dei numerosi automobilisti, è intervenuta un’importante sentenza del Tribunale di Treviso che ha statuito che gli apparecchi elettronici di rilevamento della velocità debbano essere necessariamente tarati annualmente, secondo le prescrizioni adottate dal manuale di utilizzo, ponendosi in netto contrato con la pronuncia della Consulta del 2015 che non prevedeva alcuna cadenza temporale nella taratura di detti strumenti elettronici.

Conseguentemente, laddove manchi la taratura annuale, il verbale è nullo. Ovviamente, ciò presuppone l’esperimento di un Ricorso al Prefetto o al Giudice di Pace con un margine alto di accoglimento e, dunque, annullamento del verbale.

Strisce blu: quando il parcheggio è libero!!

Chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha imprecato per l’assenza di un parcheggio gratuito disponibile o, laddove disponibile, a pagamento?

Probabilmente tutti ci siamo trovati innanzi al dilemma se parcheggiare e pagare o parcheggiare senza fare il famigerato “ticket” rischiando una multa.

In nostro soccorso arriva la Legge di stabilità 2016 nella parte in cui prevede l’obbligo di dotazione dei parchimetri del pagamento tramite POS.

Infatti, l’antescritta legge dispone che i parchimetri devono essere attrezzati per i pagamenti tramite carte di debito e di credito con la conseguenza che, nel caso in cui un automobilista parcheggi sulle strisce blu senza fare il ticket, lo stesso può evitare la multa dimostrando di essersi trovato nell’impossibilità oggettiva di effettuare il pagamento perchè il parchimetro era sprovvisto di strumenti che consentono il pagamento elettronico.

Una norma, quella su citata, che ha l’obiettivo di incentivare i pagamenti elettronici arginando lo strapotere dei Comuni particolarmente inclini all’apposizione delle strisce blu anche negli angoli più remoti del territorio col sol fine di “fare cassa”.

Equitalia: condono in arrivo.

E’ all’esame del Parlamento il disegno di legge denominato “Rottamazione dei ruoli”, impropriamente chiamato condono.

Il ddl allo studio prevede la possibilità di stralciare parte del debito con Equitalia per alcune categorie di soggetti che si trovano in particolari condizioni oggettive di grave o momentanea difficoltà economica.

Brevi cenni devono essere fatti con riferimento al significato dell’antescritte locuzioni. Ed invero per a) soggetto in grave difficoltà economica si intende si intende chi ha un debito, iscritto a ruolo, costituito per oltre il 50% da ruoli resi esecutivi prima del 31 dicembre 2010; b) soggetto in momentanea difficoltà economica si intende chi ha un debito, iscritto a ruolo, costituito per oltre il 50% da ruoli resi esecutivi prima del 31 dicembre 2012.

Appurate tali presupposti, la proposta di legge prevede la possibilità che queste particolari categorie di soggetti possano concordare un piano di rientro direttamente con Equitalia e non con l’Ente impositore, che non avrà voce in capitolo. In particolare viene previsto un abbattimento del debito contratto con rateizzazione  compatibile con la capacità economica del soggetto.

I piani di rientro variano a seconda che il contribuente si trovi in grave o momentanea difficoltà economica. Per i primi, ad esempio, viene previsto uno stralcio del 25% dei tributi e lo stralcio integrale di sanzioni, interessi e aggio di riscossione. Per i secondi l’abbattomento del 5% dei tributi.

Il debito residuo, se inferiore ad €. 50.000,00 deve essere saldato in 24 mesi attraverso 8 versamenti trimestrali, se superiore ad €. 50.000,00 deve essere saldato in 36 mesi sempre con 12 versamenti trimestrali.

Una proposta di buon senso che consente, da una parte allo Stato di riscuotere parte dei crediti maturati e non riscossi, dall’altro al contribuente di chiudere definitivamente il “conto” con Equitalia, versando quanto realmente dovuto, ove si consideri che i debiti contengono sempre spese ed aggi.

Pettegolezzo e art. 595 c.p. (diffamazione).

Per tanti è un passatempo, ma occhio a non esagerare.

Chi almeno, una volta nella vita, non ha spettegolato? Nulla di male penserete, ove si consideri, ad esempio, che nei piccoli centri urbani del Sud è una “pratica” diffusissima che abbonda soprattutto sulla bocca delle persone di una certa età. Eppure, in alcuni casi, si può incorrere in una sanzione penale.

Infatti, in alcuni casi, il pettegolezzo può integrare la precipua fattispecie di reato di cui all’art. 5095 c.p. (diffamazione). L’articolo de quo stabilisce, ai commi 1 e 2, “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065″.

Sulla base di tale disposizione codicistica, la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza nr. 8348 del 2013, ha confermato la condanna per un uomo che aveva diffuso informazioni su una vicina di casa che avrebbe avuto una relazione sentimentale clandestina. Ciò perchè il reato di diffamazione di materializza alla presenza di 3 elementi: 1) quando viene offesa la reputazione di una persona non presente; 2) quando l’offesa avviene alla presenza di due o più persone; 3) se l’offesa riguarda un fatto determinato, il reato è aggravato.

Occhio, dunque, a spettegolare. E, se proprio non potete farne a meno, sinceratevi di non farli alla presenza di due o più persone.

Spese eccessive: via l’obbligo di iscrizione alla Cassa Forense.

Il TAR del Lazio ha emanato un’importantissima sentenza a tutela degli avvocati che non hanno un reddito elevato.

Come noto, per ogni avvocato vige l’obbligo di versare somme alla Cassa Forense. Somme, però, fortemente spropositate che rischiano, spesso, di mettere in serio pericolo lo svolgimento della stessa professione, cagionando la cancellazione dall’Albo.

Per tal motivo, il TAR di Lazio ha ritenuto che l’iscrizione obbligatoria alla Cassa Forense come condicio sine qua non per l’iscrizione o rimanere iscritti all’Albo è incostituzionale perchè viola la Costituzione, il Diritto dell’Unione Europea e la Carta dei Diritti dell’Uomo, poichè crea una profonda frattura tra avvocati che hanno un reddito tale da onerare tale obbligo e chi non ha, invece, un reddito sufficiente per potervi far fronte.

I giudici amministrativi, in sostanza, affermano che in tal modo si finirà per creare delle vere e proprie corporazioni tra gli avvocati con studi già avviati ed economicamente consolidati in danno dei giovani legali che si affacciano alla professione.

A parere di chi scrive, per ovviare a tale “inconveniente” è necessario risalire a monte del problema, prevedendo il famigerato “numero chiuso” al momento di accesso alla Facoltà di Giurisprudenza, razionalizzando, in questo modo, l’accesso alla futura professione forense. Solo così si può sperare di regolamentare una professione ormai inflazionata, ove si consideri, ad esempio, che la Francia ha un numero di avvocati pari ad un terzo di quello presente in Italia.

Stato laico: divieto di benedizione a scuola.

Storica sentenza del TAR dell’Emilia Romagna – Sezione di Bologna che, con sentenza nr. 166 del 09.02.2016, ha ristabilito un’equa parificazione tra tutti i culti presenti nel nostro Paese così come previsto dalla Costituzione.

Una sentenza che farà discutere, diretta a scardinare una prassi ormai consolidata nell’ambito di molti Istituti scolastici che, come noto, sono inclini all’espletamento della benedizione religiosa nell’imminenza delle festività pasquali e natalizie.

In particolare, l’antescritta sentenza stabilisce che il culto religioso fa parte della “sfera intima di ciascun individuo” che non può e non deve in alcun modo interferire e/o sopraffare su culti diversi professati da altri soggetti.

In tal modo, i giudici amministrativi hanno inteso applicare agli artt. 3 e 8 della Costituzione per ciò che attiene all’uguaglianza tra tutti i soggetti senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni sociali e personali, nonchè l’uguaglianza di tutte le confessioni religione di fronte alla legge.

 

Coltivare cannabis per uso personale? Da oggi è reato

Importante sentenza della Corte Costituzionale che ha dipanato i dubbi sempre crescenti circa la coltivazione di cannabis per uso personale.

Ed invero, con sentenza nr. 109 del 20.05.2016, la Consulta si è espressa sul dubbio di legittimità costituzionale dell’art. 75 del D.P.R. del 09.10.1990 nr. 309 sollevato dalla Corte di Appello di Brescia con l’art. 3 della Costituzione (parità di trattamento) nella parte in cui non includeva, tra le condotte punibili solo con la sanzione amministrativa, anche la coltivazione di piante di cannabis per uso personale.

Come sopra richiamato, il dubbio di legittimità costituzionale è con riferimento all’art. 3 Cost. dal punto di vista di una disparità di trattamento tra chi detiene cannabis per uso personale coltivata in precedenza (sanzione amministrativa) e chi viene sorpreso nell’attività di coltivazione, seppur diretta ad uso personale (condotta penalmente rilevante).

A parere dello scrivente, il problema dev’essere risolto a monte, iniziando con lo smantellamento della vituperata legge Fini – Giovanardi (sulla parificazione tra droghe leggere e droghe pesanti), dal momento che le due tipologie di sostanze stupefacenti non possono essere poste sullo stesso piano, atteso che l’incidenza sull’organismo dell’assuntore è completamente diverso.

Ed anche su questo punto è possibile discorrere per ciò che attiene al profilo della libertà individuale e del libero arbitrio.

 

Richiesta copia documentazione bancaria. Importanti decisioni dell’Arbitro Bancario Finanziario.

Sovente accade che gli utenti bancari non si trovino materialmente in possesso della documentazione sottoscritta afferente al rapporto in essere con gli Istituti di Credito. Ragion per cui si rivolgono al proprio legale di fiducia per ottenere tutela giuridica ed entrare in possesso dell’antescritta documentazione.

Malgrado ciò, le Banche, forse anche per timore di “scoperchiare” una qualche forma di abuso dal punto di vista economico/finanziario sotteso al rapporto, richiedono un esborso economico non indifferente per il rilascio di copia della documentazione, disincentivando, in questo modo, tutte le richieste dirette in tal senso.

Tant’è che molti utenti ricorrono all’Arbitro Bancario Finanziario per ottenere soddisfacimento delle proprie pretese e/o la ripetizione di somme indebitamente corrisposte in eccesso rispetto a quelle dovute per il rilascio di copie della documentazione.

In particolare, si segnalano due importanti decisione dell’A.B.F. – Collegio di Roma, nr. 1567 del 22.03.2013 e nr. 15 del 12.01.2015, in base alle quali, richiamando l’art. 119, comma 4, del T.U.B. “Il cliente, colui che gli succede a qualunque titolo e colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni hanno diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni. Al cliente possono essere addebitati solo i costi di produzione di tale documentazione”, ha stabilito il diritto dell’utente a ricevere la documentazione richiesta con addebito di spese commisurate ai soli costi di produzione, oltre ad eventuali spese di spedizione.

A parere dello scrivente, si tratta di due pronunce molto importanti per sgomberare il campo da equivoci ed abusi da parte degli Istituti di Credito, i quali sono tenuti al rilascio di tutta la documentazione, atteso che riguarda anche l’altro contraente.

Nuove tecnologie e social network: non è reato condividere post offensivi su Facebook

Intervento della Suprema Corte in tema di utilizzo dei social network ed, in particolare, di Facebook.

E’ superfluo discorrere sull’uso sempre crescente di nuovi strumenti di comunicazione (Facebook, Twitter, ecc..) ed il ruolo sempre più preponderante di questi nella vita quotidiana.

Tuttavia, sebbene Facebook sia nato con l’intento, peraltro nobile ed innocuo, di porre in comunicazione persone da una parte all’altra del globo e cercare amici o conoscenti di cui si “erano perse le tracce”, sempre più spesso è oggetto di un uso distorto che sfocia anche nella commissione della precipua fattispecie di reato di cui all’art. 595 c.p. (diffamazione) con la contestazione dell’aggravante del “mezzo stampa”.

A tal proposito di recente emanazione è la sentenza della Corte di Cassazione, nr. 3981 del 29.01.2016 Cass. penale Sezione V, che rappresenta un’inversione di tendenza rispetto alle altre sentenze sul tema adottate dalla stessa Cassazione che ha sempre ravvisato gli estremi di una condotta criminosa che si concretizza con la semplice condivisione di post offensivi, poiché rappresenta un’adesione ad un pensiero denigratorio in danno della persona offesa in un luogo, che seppur virtuale, è da considerarsi pubblico per la partecipazione di numerosi utenti. Ed è proprio su questo principio che, nel caso di specie, l’imputato, assolto in primo grado, è stato condannato dal giudice di secondo cure. Giova ribadire che per integrare la fattispecie di cui all’art. 595 c.p. è sufficiente esprimere un pensiero offensivo nei confronti di qualcuno alla presenza di almeno due persone.

Ciò detto, gli ermellini, con la sentenza di cui in narrativa, hanno sovvertito la decisione della Corte territoriale, ritendendo che la condotta in esame non integra alcuna fattispecie di reato, poiché rientra nel diritto di espressione del pensiero, peraltro sancito e tutelato costituzionalmente, “senza ricorrere alle espressioni offensive utilizzate da altri, né dimostrando di volerle amplificare attraverso il proprio comportamento”.

A parere dello scrivente è auspicabile un intervento legislativo sul punto, anche per non oberare ulteriormente il carico dei magistrati, prevedendo una legislazione ad hoc alla luce della diffusione sempre crescente dei social network, quale luogo di discussioni e dibattiti, che necessita di una tutela “rafforzata” per evitare abusi e riportare la libertà di manifestazione del pensiero entro i ranghi del non penalmente rilevante.

Un raggiro italiano: giro di vite sulla riscossione tributi.

Dovrebbe essere in dirittura d’arrivo l’approvazione della riforma governativa per l’abolizione di Equitalia. Tuttavia dobbiamo, sin da subito, sgombrare il campo da possibili e facili entusiasmi, dal momento che l’attuale Agente di riscossione verrà sostituita da un altro Organismo. Come dire, muta la forma ma non la sostanza.

Al momento 4 sono le ipotesi al vaglio dei tecnici di Palazzo Chigi, di concerto con i sindacati dei lavoratori di Equitalia, per la sostituzione di quest’ultima, anche se l’opzione più accreditata è quella che prevede la fusione tra Agenzia delle Entrate ed Equitalia. Altre soluzioni sono: la costituzione di un’autorità indipendente, di una società pubblica, ma con un’autonomia economica maggiore e un Organo controllato direttamente dal Ministero dell’Economia.

Tuttavia, corre l’obbligo di rilevare che l’ipotesi di fusione tra Agenzia delle Entrate ed Equitalia, allo stato la più probabile, creerebbe un problema di legittimità. Ed invero, i dipendenti di Equitalia (circa 8.500 unità) verrebbero assorbiti dall’Agenzia delle Entrate  creando un problema circa l’assunzione, se si considera che dipendenti di una Società privata, qual’è Equitalia, verrebbero assunti da una Società di diritto pubblico (Agenzia delle Entrate) per la quale, come tale, prevede che l’assunzione avvenga mediante concorso pubblico, come impone la Costituzione. In definitiva, i dipendenti de quibus verrebbero assunti senza un bando, rischiando un intervento della Magistratura che potrebbe dichiarare illegittime le nomine.

In definitiva, c’è il rischio concreto di un ingorgo nella macchina amministrativa, già precaria di per sè, per portare a termine un progetto che non ha motivo di essere, dal momento, si rammenta, che si tratterebbe solo di un cambio di Organismo afferente alla riscossione dei tributi.

L’auspicio è quello che i tecnici del Governo valutino attentamente tutte le possibili soluzione e prevenire eventuali disagi.

A parere di chi scrive, è sufficiente adottare una nuova disciplina per Equitalia, rendendola più flessibile e vicina ai cittadini, molto spesso vere e proprie vittime del sistema creato sino ad ora.